Il buonismo del cattivismo

Questa mattina sfoglio le prime pagine di alcuni giornali e inizio la giornata con un pugno allo stomaco come solo la cieca arroganza di alcune parole può fare. Leggo accanto alla vicenda del centro CIE di Cona  e degli immigrati, “Meglio fascisti che ipocriti” come risposta ad una presunta dichiarazione di Di Canio. Mi chiedo, sarà casuale la contiguità  tra due articoli apparentemente non comunicanti. A parte l’opzione ripugnante che ispira questa frase priva di senso, colui che l’ha scritta sembra non aver frequentato nemmeno le scuole elementari o, se l’ha fatto, ha probabilmente dimenticato il significato delle parole  giocando sulla loro antitesi assurda. Come se non potessero esistere fascisti ipocriti  o ipocriti  fascisti. E’ chiaro che fascista non esclude ipocrita e il giornalista lo  sa bene, sa che  non sono il contrario l’uno dell’altro come : Bello-brutto; buono-cattivo; alto-basso; colto-ignorante ; silenzioso-rumoroso. Ma il punto è: sarà un caso che un titolaccio che ti aspettersti di trovare su un volantino di partiti estremi fuori dal parlamentocome si sia trovato proprio a fianco dell’articolo sulla vicenda del Cie di Cona? Personalmente ne dubito e considerato il gionale su cui sarebbe avvenuta la coincidenza giornalistica il dubbio si infittisce.Da domani scriverò anch’io da non giornalista ma con la stesso impenitente calamaio alliterazioni malformate come : “Meglio scatola che buono” Urraaa si meglio!; “Meglio pistacchio che alto!”Urraaa si meglio! “Meglio pigro che pigmeo!”Urraaa si meglio! “Meglio stupido che rottinculo!”Urraaa si meglio! “Meglio adulto che morto!” Urraaa si meglio! “Meglio storpio che tripede!” Urraaa si meglio! E nessuno si stupirà.

Quel titolo è per me il pretesto almeno quanto lo è stato per il giornalista,ma con un intento senz’altro meno maligno, per accostarmi alla vicenda di Cona. Di sicuro, in questa vicenda due parole, queste si in antitesi, sono protagoniste. Una è la  compassione, assente sulla scena dell’analisi, la seconda, l’ indifferenza, unica e vera trionfatrice. Entrambe sono sfuggite comunque alla più elementare delle profilassi giornalistiche. La vittima di questa indifferenza e cinismo oggi si chiama Sandrine Bakayoko, ivoriana o ivoirienne come si chiama in francese, la lingua coloniale del suo paese,  perché mi ricorda una compagna della stessa nazionalità che avevo in classe al liceo francese di Bruxelles.Non fortunata come la mia compagna, che come molte altri compagni di mille altre nazionalità, erano i figli privilegiati della diplomazia straniera a Bruxelles. Sandrine ragazza qualunque in un paese qualunque, di una costellazione di paesi ex coloniali fra i più martoriati del mondo, è morta in un CIE in condizioni miserabili di sovraffollamento e negazione dei più fondamentali diritti di igiene e di intimità. Tanto gli uomini muoiono ogni giorno qualcuno già scrive, perché scandalizzarsi tanto? ma lo sappiamo, lo scandalo oggi diviene protesta solo quando avviene in un luogo e in un contesto dove potremmo trovarci a stazionare anche noi, un ospedale, una scuola, una piazza. Chi di noi pensa veramente di poter finire un giorno in un CIE? per questo, quel tipo di scandalo sembra riguardarci assai poco e ci lasciamo facilmente dirottare dalle empie penne pronte a derapare sulla carta per seguire i contorcimenti  di stomaco: “in fondo se le cercano, vengono qui e ci rubano il lavoro, tornino a casa loro,  sono quasi tutti terroristi, sono sporchi e rubano.. fino a giungere al fatidicooo, sì avete capito:

megafono-2“SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIOOOO!”

Certo, spesso lo penso anch’io, come nostalgico e obsoleto figlio degli anni ’80. Peccato che quelli che stavano meglio quando si stava peggio hanno poi costruito un mondo dove si sta peggio davvero!  Tornando a prima del si stava meglio se qualcuno poi prova a dare un senso alle parola viene incolpato di essere buonista. Questo insulso neologismo, talmente nuovo e inutile da costringere word a sottolinearlo ostinatamente in rosso mentre lo scrivo) è stato coniato (o meglio conato) dal giornalismo e usato come jolly cacofonico per dissipare ogni dialettica e dibattito, per mettere rapacemente a tacere in diretta i nemici dell’ugual pensiero, per screditare, diffamare gli avversari sui temi dove la maggior parte dell’intelletto dovrebbe travasarsi dalla pancia alla mente. Sono buonista anch’io? cavolo di nuovo sottolineato in rosso. Ebbene sì sono buonista se si intende, come in alcuni dizionari, l’ostentazione inconcludente di buoni sentimenti e tolleranza. Si se questa ostentazione diviene la semplice ottemperanza e riaffermazione delle regole di civiltà, fondamentali del nostro sentire sociale, giuridico, politico e ideale (etico e morale). E ancora sì se penso che per morire all’età di Sandrine (25 anni) nel cesso di una tenda cloaca, avrei dovuto morire nel 1991, una vita fà, una vita fa è morta lei. Buonista si,  quando ripenso alla grande scrittrice francese del 20esino secolo, Simone de Beauvoir, e al suo libro “Una morte molto dolce” dove racconta degli ultimi giorni di vita della madre malata.. E che da agnostica irriducibile, si ritrova a scoprire durante la funzione funebre in chiesa, il potere taumaturgico del nome della madre scandito con decisa dolcezza dal prete, suscettibile di far risorgere nella sua dignità tutta quel corpo che fino a quel momento era riuscita a vedere solo come un oggetto cadaverico.

Ora dicono anche che Sandrine, ormai oggetto cadaverico e quindi privo secondo alcuni di qualsiasi sacralità, sarebbe morta comunque per via di una grave e imprevedibile patologia. Altre penne già derapano e urlano a chi confuta questa facile soluzione, Buonisti!

Io dico.

Primo: il fatto che fosse morta di una patologia indipendente dalla sua condizione contingente, toglie forse gravità alla dignità negata fino a quel momento?   Vi prego non portate l’ennesimo plastico di brunovespiana (o meglio vespasiana) esegesi!

Secondo: Siete stati così bravi voi padroni dei media a tessere nelle fiction l’apologia della scienza tecnica applicata alla medicina mediante la categoria più gettonata, i famigerati tecnici in tenuta bianca anti batteriologica che pullulano ormai nelle serie e nei film più perniciosi e spocchiosi delle vallette, più famosi dei calciatori. Sgomitolano improbabili catene di DNA, con quello sguardo trionfante e delirio di onnipotenza in una grottesca pantomima della peggior e desueta propaganda positivista.   Allora vi dico, bravissimi, ma finché non riuscirete a dimostrare con CSI & company, che non sussistesse alcuna relazione di causa ed effetto tra la fortuita patologia di Sandrine e le condizioni di deprivazione materiale e spirituale, freddo e fatica, paura, ansia e stress, incertezza, indifferenza e umiliazione fin li sostenute; finché non dimostrerete che se fosse vissuta “normalmente” più o meno come noi, quel colpo secco sarebbe arrivato comunque magari nel bagno di un bel Hotel, vi chiediamo almeno di tacere o di far si almeno che non muoia due volte.

Adieu Sandrine!

Paolo Maggioni Conte

 

 

 

 

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